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Incendio a Fiumicino: le fiamme divampano L'incendio al Terminal 3.....

L'incendio al Terminal 3 | Agenzia VISTA Alexander Jakhnagiev - CorriereTv

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Torrevecchia, protesta anti-sgombero: tensioni con la polizia.......

 

Torrevecchia, protesta anti-sgombero: tensioni con la polizia

Protesta anti-sgombero a Torrevecchia, alla periferia di Roma, con cassonetti rovesciati, strade bloccate e tensioni con la polizia. Un centinaio di persone si sono riversate in strada per contestare lo sgombero di un alloggio Ater di via Numai. E' partito da lì un corteo spontaneo che ha bloccato il traffico in alcune strade del quartiere 

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Il film della giornata Guerriglia Milano Primo Maggio

La cronaca minuto dopo minuto da più telecamere della manifestazione No Expo del Primo Maggio sfociata in violenti incidenti e in un'autentica guerriglia, con assalti ripetuti a banche, negozi. Oltre 50 le auto date alle fiamme. Almeno un migliaio di black bloc hanno messo a ferro e fuoco la città, in concomitanza con la cerimonia inaugurale dell'Esposizione Universale.

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Un anno di galera a un ragazzo per 4 piantine di cannabis a scopo terapeutico..

Un anno di galera a un ragazzo per 4 piantine di cannabis a scopo terapeutico.. - lab-tv

Un anno di galera a un ragazzo per 4 piantine di cannabis a scopo terapeutico
di Patrizio Gonnella
Che giustizia è una giustizia che si incattivisce con un giovane ragazzo di venticinque anni, orfano di padre sin da quando aveva solo dodici 12 anni il quale si è ritrovato a dover aiutare una mamma affetta da gravi patologie tra cui aids, epilessia farmaco-resistente, depressione e cirrosi? Lo scorso 13 aprile un Tribunale romano lo ha condannato a un anno di carcere per avere coltivato in casa erba. Lo scopo era evidentemente di tipo terapeutico. Infatti il medico che aveva in cura la mamma le aveva prescritto derivati cannabinoidi. Visto che non è ovvio ottenerli per le vie legali il ragazzo ha deciso di alleviarle i dolori producendola a casa.
In totale buona fede ha finanche palesato in rete i suoi disagi nell’approvvigionamento del farmaco. Per anni si è dedicato totalmente alla madre. Ha messo su poche piantine (per la precisione quattro) per aiutarla. Ma la giustizia è bendata, nel senso che non vede bene chi ha di fronte, e così stato condannato a un anno di galera perché ritenuto spacciatore di professione.
Eppure gli avvocati avevano prodotto un’ampia documentazione per cercare di evitare la condanna, a partire dalla prescrizione medica dei derivati cannabinoidi. Non è valso a nulla. Così si è giunti a una sommatorie di ingiustizia, segno di un sistema illiberale; all’ingiustizia di una donna che non può curarsi si è aggiunta quella del figlio condannato che avrebbe voluto aiutarla. Ora il ragazzo presenterà appello e si spera che le sue ragioni siano prese in considerazione. D’altronde, seppur in modo sintetico, nelle motivazioni della sentenze si ammette che vi siano stati “nobili motivi” dietro la decisione del ragazzo di detenere la marijuana autoprodotta in quanto era una detenzione e coltivazione finalizzata a “procurare la sostanza stupefacente necessaria alla madre”.
Dunque in Italia la cultura anti-proibizionista produce danni e sofferenze. Il proibizionismo è fonte di ingiustizie e di vite rovinate. La legge sulle droghe va radicalmente cambiata. Lo dicono anche gli investigatori. È solo fonte di guadagno per le grandi organizzazioni criminali
fonte l'Espresso

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Baltimora come Ferguson, scontri dopo la morte di un ragazzo di colore

 

.......Il film della giornata che si chiude coi commenti desolati di Stephanie Rawlings-Blake, il sindaco di Baltimora, secondo la quale i danni procurati dai vandali peseranno per anni su una città che si stava faticosamente riprendendo dopo una lunga crisi, si era aperto col funerale di Freddie Gray, nel ghetto nero di West Baltimore. Freddie, morto per le fratture vertebrali patite dopo un arresto che la polizia deve aver condotto in modo molto violento, aveva 25 anni ma sembra un bambino: magrissimo nella grande bara bianca. Lo seppelliscono col suo cappello di baseball bianco e, sui piedi, un cuscino sul quale è stampato il suo volto sorridente. New Shiloh, la chiesa battista della cerimonia, è un’astronave di luce, pulizia e ordine in un universo urbano devastato. Centinaia di persone celebrano con rabbia, ma anche grande compostezza, la morte violenta di questo ragazzo che non era un santo (due arresti per spaccio dall’inizio dell’anno) ma che nel caso specifico non aveva minacciato nessuno, aveva solo cercato di sottrarsi a un controllo della polizia.
Ci sono leader politici e religiosi, e anche una delegazione della Casa Bianca mandata da Barack Obama. Tutti chiedono giustizia ma invitano alla calma, anche la famiglia di Freddie. Ma l’elogio funebre del pastore-attivista Jamal Morrison Bryant è un invito alla mobilitazione, sua pure non violenta: «Tirate fuori il vostro spirito e cambiate questa città. Non è più tempo di essere neri in America e restare in silenzio». Baltimora è già una pentola in ebollizione e comincia a tracimare. E’ una delle capitali americane delle tensioni razziali e del crimine: 640 mila abitanti e 100 mila arresti solo durante la campagna della «tolleranza zero», a metà dello scorsi decennio, condotta dell’allora sindaco democratico Martin O’Malley (ora sfidante di Hillary Clinton per la Casa Bianca). Un’ora dopo il funerale cominciano i disordini: non nel ghetto, ma in diverse zone commerciali della città dove bande di teppisti attaccano le auto della polizia, quando ne trovano una isolata. Il primo assalto, vicino a un centro commerciale, Mondawmill Mall, non è del tutto imprevisto: vengono intercettati messaggi su Internet che invitano a lanciare un attacco a sorpresa nella zona di North Avenue per poi trasferirsi in centro, verso il municipio.
Il «mall» viene chiuso a tempo di record, ma le pattuglie che lo proteggono diventano bersaglio di un fitto lancio di pietre e mattoni: sette poliziotti restano feriti. Alcuni con fratture, uno perde conoscenza. Subito dopo cominciano i saccheggi di banche e farmacie in varie zone della città. Scene che ricordano la notte di fuoco di Ferguson. Ma allora, appunto, le bande aspettavano l’oscurità per agire. Qui, invece, tutto avviene in pieno giorno. In tutto il centro si cominciano ad abbassare le saracinesche. Alle due del pomeriggio anche la Baltimore University decide di chiudere il suo “campus”. I poliziotti si radunano in nuclei per presidiare i punti strategici della città, ma in altre zone le bande non trovano resistenza. C’è grande allarme perché, secondo alcune infomazioni che la polizia giudica credibili, tre delle “gang” più pericolose – la Black Guerrilla Family, i Bloods e i Crips – si sarebbero alleate per tendere agguati agli agenti che vengono che vanno in giro isolati.
In rete chi invita alla rivola evoca «The Purge», un film del filone social-horror che immagina un’America scivolata in una dittatura che, come misura di pulizia sociale, stabilisce che una volta l’anno per un giorno ogni crimine sia ammesso, con la polizia che si ritira nelle caserme. La situazione rischia di sfuggire di mano in una grande città nera a 40 chilometri da Washington, la capitale: una città anch’essa al 70 per cento nera. Gli appelli alla calma sbattono contro la determinazione delle bande ad attaccare la polizia (e quella del Maryland è una delle più violente d’America). Eppure Baltimora non è Ferguson: qui la famiglia non ha fatto proclami incendiari e i leader della comunità nera, pur esprimendo rabbia, dicono di avere fiducia nel capo della polizia e nel sindaco Stephanie Rawlings-Blake, figlia di un eroe nero dei diritti civili, che ha promesso punizioni severe e una rivoluzione culturale nel modo di perseguire i reati. La polizia ha gravi responsabilità per la morte di Gray, denunciate anche dal suo capo, un afroamericano. Ma adesso la priorità è ristabilire l’ordine. Gli agenti potrebbero non bastare. Non è ancora calato il sole su una città improvvisamente deserta quando il governatore Larry Hogan annuncia di aver messo in stato d’allerta la Guardia nazionale. Scendono in campo anche le organizzazioni religiose: quelle musulmane e gli stessi pastori che al mattino hanno animato la cerimonia funebre: entrano nei negozi sotto saccheggio e cercano di far uscire i ragazzi neri che stanno rubando e bruciando. Molti li conoscono: li prendono per il collo e li rimandano a casa.
Mentre gli “Orioles”, la locale squadra di baseball, sospende i “play off” coi Red Socks (forse verranno trasferiti in un’altra città), la gente si chiude in casa sperando che la notte non porti scene da sommossa come quella che sconvolse la città nel 1968. Ma per le strade deserte vanno su e giù i camion dei pompieri chiamati a spegnere gli incendi di auto della polizia e furgoni dati alle fiamme, mentre i roghi divorano anche alcuni dei negozi saccheggiati.

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